Passi

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Il mio 2015 ha i colori di città che non ho visto e i profumi di cibi che non ho assaggiato. Ha il blu del mare della Sardegna e dell’Oceano visto da Cabo da Roca. Ha il verde delle colline marchigiane a Natale e delle Highlands in agosto. Sa di carne alla brace e di lasagna, sa di una cena con gli amici in una casa appena abitata che porta sulle pareti ancora l’odore acre della vernice. Ha il colore della terra dell’Emilia quando salgono su gli amici da Napoli e il sapore dei dolci di una festa di compleanno.

Il mio 2015 ha il gusto di cose che ho perso o non ho voluto prendere al volo. Ha quello di cose che mi sono lasciata sfuggire dalle mani perché le tenevo troppo strette o troppo lente. Il mio 2015 non ha conosciuto una via di mezzo. D’altra parte lo dicevo, un anno fa: voglio la rivoluzione.

Ma il mio 2015 ha anche il rumore delle rotaie, quello dei pensieri che scorrono, quello del battito del cuore. Ha il soffio sottile dell’ansia che si allenta e ti lascia andare, come una corda che ti costringeva e all’improvviso ti slega. Ha il rumore che fanno le ruote quando sono in viaggio su una statale lunga e assolata, solo che la statale non è fuori, ma dentro di te.

Non ha più il profumo dei cornetti del bar di Piazza Capranica, non ha più le grida della ressa che manifesta davanti al Parlamento. C’è il pane di Bonci, ora, chissà per quanto. E c’è il silenzio di una strada in un centro che sembra un po’ periferia. C’è il buio della sera quando torni a casa, e l’autostrada al posto del quartiere dove hai passato il più bel terzo della tua vita. Ma c’è sempre un sole che sorge il giorno dopo.

E poi il mio 2015 ha il bianco e il verde della cattedrale di Firenze, il viola delle more di Scandriglia. Ha il rumore delle risate di dieci ragazzi che per otto mesi ti hanno resa orgogliosa del mazzo che ti fai di notte e nei weekend. E ora che c’è un nuovo mazzo all’orizzonte, non vedi l’ora di sentire ancora quel suono.

Il mio 2015 ha la forma di un cielo di stelle nella notte in montagna, e il colore sparso delle stelle cadenti. Ha te, che è la prima volta che le vedi anche se non sei più una bambina. Ha lo stomaco che si allenta e la sensazione che forse, come disse una donna che sa il fatto suo, “se nonostante tutto non mollano forse allora ne vale davvero la pena“.

Ha la forma di un panno teso quando un lago calmo ti accoglie con un freddo gelido anche se è estate, in una serata in cui ti senti in pace con il mondo e con chi ti circonda. Ha il profumo inebriante dei capunsei, poco dopo, e la sensazione che la vita prende solo la piega che decidi di darle.

E ha la luce. Cristo, se ha la luce. Il mio 2015 ne ha così tanta che senti il bisogno di imparare a catturarla. E non è bulimia, sei solo tu, che hai trovato un modo per dire con le immagini quello che le parole non riescono più. Il mio 2015 ha nuovi occhi: più aperti, più attenti, più curiosi.

Ma soprattutto nel mio 2015 ci sono i passi. E c’è gente che cammina.

Ci sono io e chi mi è stato accanto. C’è chi si è allontanato per non tornare più e chi ha preso altre strade per biasimarmi. Chi è partito per tornare, prima o poi, e chi, partendo, ha scoperto che non può fare a meno di queste strade trafficate e confuse, e di tanto in tanto torna a percorrerle.

E poi c’è chi, silenziosamente, non ha mai smesso di camminarmi accanto. E che adesso che la tempesta è finita vuole fare un pezzo di strada insieme a me.

Aspetto il 2016 per camminare ancora, ma con più equilibrio, con passo più sicuro. La strada, davanti, è davvero appena iniziata.

Una vita sui binari #25: contrasti

metro roma

Quando arrivo a Lucio Sestio, in biglietteria ci sono due alpini intenti a comparare fra loro i mitra che tengono in mano. Hanno gli occhiali, il che mi dà da pensare sui sistemi di reclutamento dei militari di carriera, da quando l’esame della vista era uno scoglio imprescindibile per indossare una divisa. Le armi non mi piacciono. Non mi danno sicurezza nemmeno quando a portarle in mano sono “i buoni”. Cerco di ignorarli, di fare finta che facciano parte dell’arredamento della stazione. E proseguo.

La metro in questi giorni è quasi vuota: come se prenderla equivalesse a rischiare la vita più che manifestare in piazza, prendere una birra in un pub o guardare Porta a Porta. Il sottosuolo fa paura.
Così sto comoda, quando salgo. Ho dello spazio vitale attorno, che non è cosa da poco. Non frequente, soprattutto.

Di lì a poco sale una famiglia indiana: papà, mamma e bambina. La mamma è un tripudio di colori sotto il pesante piumone beige. La bambina è un fagottino rosa con gli occhioni scuri, che ogni tanto incontrano quelli inteneriti di signore di varia età e provenienza. Il passeggino sosta a poca distanza da me, nel centro del vagone. In altri tempi mi infastidirei per l’ingombro, ma la piacevole sorpresa di alcuni centimetri di spazio extra mi rilassa i nervi, e la musica in cuffia mi isola quanto basta.

Quando si libera un posto la mamma decidere di sedersi, e prende la bambina in braccio. La quiete, fatta di discorsi a bassa voce e letture silenziose, dura poco, interrotta da un pianto che io non mi spiego, ma che la mamma riconosce immediatamente come un segno di fame della bimba. La mano della signora si fa spazio fra i vestiti, tirando fuori l’occorrente per nutrire la piccola. Il fagottino rosa finalmente agguanta il capezzolo, ed è silenzio. Nel marasma dei vestiti non si scorge neppure un lembo di pelle, non si nota dove inizi quella dell’una o finisca quella dell’altra. E’ un unico agglomerato, quello di mamma e figlia, silenziose e discrete in una metro indifferente, l’una appoggiata all’altra, l’una rifugio per l’altra. E dove un tempo avrei gridato “allo scandalo”, ora, nel mezzo di questo caos mondiale, vedo solo una rassicurante quotidianità.

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Intorno alle sette e mezza di sera sale sempre sulla metro Mario de l’Ecuador. Lo conoscono in tanti: esordisce salutando e dichiarando che canterà per portare il sorriso nel vagone. Quando finisce, spiega cosa ha cantato, augurandosi che “la prossima volta magari applaudite un po’ più forrrte“. Suona con addosso una chitarra e un sacchetto di tela stile andino, con su scritto “Ecuador”. Gli habitué lo salutano, altri ne restano vittima, ogni volta che si avvicina e chiede come mai sono tristi. Quasi tutti si incuriosiscono. Qualcun altro, mentre lui canta, batte il piede a terra per tenere il tempo.

Normalmente su Comandante Che Guevara di applausi non se ne sentono tanti. Ma in quella metro vuota qualcosa sovverte le naturali leggi sociali, e cade qualche freno di troppo. Non parliamo di un pubblico in delirio, ma l’audience apprezza, eccome.
Sarà anche che nel vagone sono arrivati altri due artisti metropolitani: i rapper che improvvisano basi e testo su tre parole strappate a caso ai passeggeri. Alti, dinoccolati, annunciano la loro presenza fischiettando un motivetto Disney, e quando riconoscono Mario si fermano ad ascoltarlo.

E’ così normale che si facciano i complimenti e si augurino “buon lavoro” alla fine della canzone, ed è così normale che scelgano un altro vagone per portare la loro fra i pendolari, che quando scendo da quello strano bruco di ferraglia che ogni giorno mi porta fra le gallerie della mia città, la rabbia che ho accumulato durante la giornata inizia a dissolversi.

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A Lucio Sestio in serata di alpini ce ne sono altri due, un po’ più alti e senza occhiali. Non si dilettano in strane misurazioni ma chiacchierano con l’addetto alla biglietteria, come se star lì in divisa, armati fino ai denti nella periferia di una capitale europea, fosse la cosa più normale del mondo.

Ma ho visto talmente tanta vita in questi due viaggi che l’aria di morte di questi giorni non riesce a farmi paura. Non almeno quando sono lì, fra le braccia meccaniche del mostro su rotaie che conosco meglio, e che ormai è un po’ la mia seconda casa.

Una vita sui binari #24: sfogliatelle e funicolari (aka il quarto raduno pendolare)

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Pendolari (quasi) al completo. Photo Credit: Alex Elder Ravone

Ci sono giornate che non smetteresti mai di raccontare, quelle che solleticano la pancia e i nervi. Sono le giornate preferite dei pendolari, perché forniscono spunti: i turisti scemi che ti intasano la banchina, il tipo che si toglie le scarpe in treno, il ragazzetto che sfrutta il tuo abbonamento per passare i tornelli proprio dietro di te. Le racconti perché se te le tieni dentro rischi di compiere una strage, e allora ci ridi su, e magari – chissà – ci costruisci un blog.

Un giorno capita che un’altra adepta delle follie da binario si inventi una strana usanza: quella di vedersi in giro per lo Stivale almeno una volta l’anno per raccontarsi le proprie vite pendolari, visitando le città e smangiucchiando le specialità locali. Succede che vi vedete a Firenze, poi a Bologna, poi a Roma. Finché non diventa una consuetudine irrinunciabile.

Nel frattempo la vita ti gioca strani scherzi: ti toglie il tempo, ti riempie di lavori, ti spiega a modo suo che nelle sei ore di sonno che ti dedichi ogni notte, il tempo per il tuo blog proprio non c’è. O forse sei tu che non riesci più a dare le giuste priorità alle cose, chissà. Fatto sta che il tuo piccolo progetto casalingo langue. Di treni continui a parlare in un progetto di scrittura collettiva che spia la gente strana che legge nella metropolitana, ma è altra cosa dalla tua Vita sui binari. Resti pendolare, ché quella è malattia difficile da sradicare, ma blogger – ahité – lo sei sempre un po’ meno.

Poi arriva una mail che ti richiama all’appello: nuovo raduno, Napoli, stavolta sono due giorni. Il tempo di focalizzare la notizia e il richiamo pendolare ti trascina: scatti sull’attenti e ti attivi, forte del fatto che sarà la tua prima vacanza dopo tanti weekend di lavoro. Italo ti è amico fedele e non ti abbandona neppure stavolta, un hotel in zona Università funge da ritrovo di (quasi) tutta la truppa. Tiziana, nuova padrona di casa, prepara tutto nei dettagli e per immortalare i pendolar momenti chiama a rapporto, nelle vesti di esponente ufficiale del Photoclub Partenope, il buon Marino, all’occorrenza anche sapiente guida. Ci si muove in un branco che perde le fattezze pendolari per assumere quelle meno nobili di scolaresca in gita, ma non potrebbe essere altrimenti: gli occhi curiosi, dall’arrivo alla partenza, saltano di sfogliatella in sfogliatella, di chiesa in chiesa, di corno in corno.

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Al Chiostro di Santa Chiara. Photo Credit: Marino De Falco

È così che i pendolari iniziano a conoscere Napoli, i suoi vicoli, i suoi profumi. Desta stupore la fermata metro Università, piccolo gioiello architettonico che sembra esser stata progettata in stato di grazia lisergica. Rapisce il Chiostro di Santa Chiara, con le sue maioliche che invitano la Pendolante ad una seduta proibita e ripetuta (cui uno degli accompagnatori suggerisce, per chiudere in bellezza, di aggiungere sviluppi dai risvolti discutibili). Fa sognare il cuoppo, cavo tesoro di terra e di mare, ma che – ci insegna Marino – quando è cupo poco pepe cape. Riunisce la pizzeria Bellini, quando Monica tira fuori dal cilindro i suoi amati Lego per le compagne di gita. Fanno sorridere i balconi, quando accolgono bandiere dei pirati che svettano fiere davanti all’obiettivo della macchina fotografica di Valentina. E infine stimola le chiacchiere Piazza Dante, quando il neoacquisto Elena, che oltre ad essere blogger pendolare è pure capotreno, racconta insieme ad Ilaria l’altro punto di vista, quello che solitamente non vedi e forse neanche immagini.

Mentre le blogger inciuciano, ammirando in egual misura polpi vivi vaganti in bacinelle e funicolari che salutano fischiando, gli accompagnatori maturano un’invidiabile fantasia: fotografica per qualcuno, che si allena a dispensarsi vicendevoli consigli su inquadrature, tempi di scatto e postproduzione, e linguistica per qualcun altro, che addirittura riesce a fondare una religione: il Pendolaresimo. C’è anche qualcuno alla ricerca di sacre statuine da donare suo malgrado al ritorno, e nel frattempo trova fertile terreno (calcistico) con gli altri compari nel comune sfottò contro la neocampione d’Italia. C’è poi chi, nel frattempo, ha invece l’ingrato compito di decodificare i ricordi della compagna su un leggendario video promozionale girato nella metropolitana partenopea.

I regali di Tiziana e Monica
I regali di Tiziana e Monica

Due giorni passano in fretta, ma c’è il tempo per godersi Napoli dall’alto, direttamente dalla terrazza di Castel Sant’Elmo. C’è tempo per una pizza e per più di un caffè, e persino per un progetto di scrittura creativa che nei mesi a venire passerà la mano (digitale) da un blogger all’altro. Napoli trova persino il tempo di mostrare la sua faccia più scura proprio verso la fine, lasciandomi in testa tante domande e un po’ d’amaro in bocca. Ma le foto, i regali di Tiziana e Monica e il ricordo delle risate coprono il brutto, relegandolo in un angolo in modo che non possa mischiarsi al bello.

Alla fine restano due certezze: la prima è che certi incontri non li puoi descrivere fino in fondo, perché rischi di sciuparli. Perché non sono come le giornate che non smetteresti mai di raccontare, che ti innervosiscono e ti danno lo spunto per un post: sono altro. Cosa, lo capisci solo se partecipi a un raduno.

E poi c’è la seconda certezza: che se nasci blogger pendolare resti entrambe le cose, a vita. A patto che – s’intende – torni a pubblicare con una certa costanza.

Bene, a quanto pare ho un progetto per i mesi a venire.

Grazie a tutti i miei compagni di viaggio, agli accompagnatori e alle splendide guide: Tiziana, Marino e Sandro, tre impeccabili padroni di casa.

Gli altri resoconti:

Valentina e il suo Pendolaresimo

Elena incontra gli sconosciuti

Katia racconta il Raduno a Caterpillar (ohè, facciamo poco gli spiritosi sul numero dei partecipanti: mica è facile essere sia pendolari che blogger! :) )

Ancora Pendolante, col racconto di un Raduno in tre puntate

Monica e un weekend fuori dall’ordinario

In viaggio con Charley [ROMA]

LM

viaggio con charleyQuasi si perde, nel piumino nero che la avvolge col pesante collo di pelliccia. In tasca tiene solo una mano: l’altra le serve per sostenere un libro di una vecchia edizione un po’ rovinata e due buste pesanti che lascia penzolare nell’incavo del gomito. Rilegato, stropicciato, tagliuzzato qua e là sugli angoli, il libro tradisce altre epoche, molta polvere e qualche viaggio, forse non sempre di carattere metropolitano.

La signora, nella massa di viaggiatori in attesa sulla banchina di Termini ha trovato il suo spazio. Quando la metro arriva, neppure ci fa caso. Non bada nemmeno alla scritta che compare sul display, “prossima metro: 1 minuto”, che per la nota legge pendolare dello spostamento delle masse sul primo treno utile, le garantirebbe un percorso più comodo fino a casa. Non appena il mezzo si ferma e le porte si aprono proprio davanti a lei, la lettrice accende i suoi radar pendolari. Per…

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L’anno (meraviglioso?) che verrà

Happy new year

Lo vorrei dire anch’io all’algoritmo di Facebook, che il 2014 non è stato per niente un anno “meraviglioso”. E che non ho nessuna intenzione di metterlo in immagini, soprattutto.
Il mio 2014 non ha avuto proprio niente di “meraviglioso”: è stato un anno nella media, un concentrato di eventi buoni e cattivi, esattamente come tutti gli anni.

Ci sono stati la stanchezza da pendolarismo, la mancanza di riposo, i mille impegni da incastrare, la sensazione di essere sempre al posto sbagliato al momento sbagliato.
Ma ci sono stati anche i nuovi progetti: alcuni realizzati, altri in corso, altri ancora solo nell’aria. C’è stata la gioia di farne parte, l’ambizione di continuare, la speranza di vederli trasformarsi ancora.

Ci sono stati la frustrazione, il senso di inadeguatezza e a volte persino il disgusto, ma anche attestati di stima e di fiducia che contano più di qualsiasi falla o rimprovero.

Ho lasciato da parte il blog e non ho mai iniziato quel corso di francese che progettavo a gennaio scorso. Ma ho letto tanto, ricominciato a studiare, osservato e messo da parte spunti che so che presto mi torneranno utili.

Ho perso degli amici, ne ho trovati altri. So, oggi, che le persone che contano mi saranno accanto oltre il tempo e lo spazio, anche quando il tempo e lo spazio fanno un male boia. E delle altre mi importa poco.

Ho scritto tanto, di tutto. Ho visto spettacoli, mostre, concerti. Alcuni strepitosi, come quello di Keith Jarrett, in un silenzio irreale coperto solo dal suono del pianoforte e dagli insulti al pubblico di quel meraviglioso pazzo. Ho riscoperto Pasolini con Gifuni e Jack London con Paolini.

Ho avuto spesso la sensazione di vivere in un pantano, in una melma fitta e densa. Ho vissuto un anno dentro certe sabbie mobili che mi impedivano ogni movimento e rendevano pesante ogni passo. Quelle che di tanto in tanto ti inghiottono, giusto per farti capire che la tua volontà sì, conta, ma fino a un certo punto. Mi succede ancora, però quando il pantano mi inghiotte non ho troppa voglia di farmi compatire. Probabilmente è per questo che non sarò mai una scrittrice di successo.

L’anno che sta per finire è stato un anno nella media, con alti e bassi. Non è stato un anno speciale, però è stato l’inizio di qualcosa.

Di tanto in tanto dalle sabbie mobili sono emersa per respirare e ho visto la luce del sole. Ho capito che c’è, che è bella, che riscalda.
Mi sono fatta una risata e ho pensato che dovrei proprio costruire una barchetta per navigare sul fango e mettermi in bikini a prendere un po’ di quel sole.

Il 2014  rappresenta ancora la stasi. Per il 2015 voglio la rivoluzione.

Buon anno a voi e ai vostri sogni.

Il seggio vacante [ROMA]

LM

il seggio vacanteTriste. Impossibile definire diversamente la lettrice seduta sul trenino diretto a Piazzale Flaminio, avviluppata su se stessa come se contenesse in sé tutto il dolore del mondo. Gli angoli delle bocca piegati verso il basso, uno sguardo profondo e corrucciato, la tapina legge, giocherellando con il segnalibro che arrotola tra le dita. All’improvviso, la signora in piedi accanto a lei la urta involontariamente. La ragazza si stizzisce e si tira su di scatto: sbuffa e salta sul sedile di fronte, rimasto vuoto, poi torna ad immergersi nella sua malinconia.

Non nota, l’angosciata fanciulla, che proprio accanto a lei un’altra signora – in modo decisamente meno involontario – sta facendo uso di uno strano aggeggio per curare nel profondo l’igiene delle sue unghie, lasciandone cadere i rimasugli in una bustina adatta all’uopo. La ragazza sembra non farci caso e tossisce sconsolata il suo dolore e i residui della sua influenza. Il…

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Blog Notes a Più libri più liberi

blog notes

La dico così, nuda e cruda: dal 4 all’8 dicembre a Roma ci sarà la nuova edizione di Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria che come ogni anno espone libri, raccoglie voci e intreccia i passaggi di scrittori e lettori al Palazzo dei Congressi dell’Eur.

Io, che la folgorazione sulla via del palazzo dei Congressi l’ho avuta tanto tempo fa e che da giorni cercavo compagni di perdizione (anche geografica) per vagare tra i banchi della fiera a caccia di novità editoriali, quest’anno ho incontrato sulla mia strada le Edizioni Sur. Che, insieme a Laura Ganzetti di Il tè tostato, hanno dato vita a un evento che coinvolgerà alcuni bookbloggers: Beatrice Tomasi di The Buzzing Page, Valentina Ruvoli di Peek-a-booK! e, per rovinare la piazza, la sottoscritta. Sabato 6, per conto di Libri in metro, racconterò infatti la fiera dallo stand delle Edizioni SUR: immagini, commenti e descrizioni di libri e lettori con l’hashtag #BlogNotes.

Per chi volesse partecipare twittando, feisbuccando o urlando dalla finestra in un megafono, la descrizione dettagliata dell’evento è sul blog della casa editrice.

Sperando di non infangare il buon nome dei miei spioni da mezzo pubblico preferiti, e augurandomi che il fronte delle bookwatchers romane si unisca compatto insieme alla sottoscritta, chiudo qui lo sproloquio. Pensavo anche: chissà che la fiera non sia anche una buona occasione per conoscere di persona alcuni dei bloggers che seguo da tempo. Passate mica da quelle parti?